domenica 10 maggio 2015

Cambi di Stagione

E' arrivato maggio. 
Ciò significa che è arrivata la stagione degli asparagi. Io ho sempre amato gli asparagi, in ogni possibile ricetta, gli asparagi sono la mia verdura preferita insieme alle zucchine e al mais. Tuttavia ho l'impressione che da quest anno potrei cominciare ad odiare gli asparagi, perchè asparagi significa maggio, e maggio significa esami imminenti. 
Eppure non è sempre stato maggio, fino all'altro ieri era aprile. Mi ero ripromessa di scrivere un post al mese, ma aprile mi è scappato, anche se ne sono successe di cose questo mese di aprile. E sul serio, volevo farlo, ma il mio computer ha deciso di tradirmi ora, poco prima dell'inizio degli esami, e cioè quando il computer mi serve più che mai. Grazie, computer, grazie. 
Comunque, innanzitutto sono scesa al sud, a casa di Marco. Lo so, sembra incredibile anche a me che da bombamici siamo passati a stare insieme,  e ormai sono tre mesi, ma è così bello che non mi sembra possibile. A questo proposito aprirò un breve capoverso intitolato: 

Tra sette giorni ingrasserai.

Eh, sì, ho da poco visto the Ring. Ad ogni modo, io e Marco siamo scesi a Sala il primo di aprile con l'autobus. Lo so, lo so, in autobus sembra un delirio, e, almeno, era così che mi era stato descritto dal mio amato ragazzo meridionale. Invece non è stato poi così male. Presupponendo che mi piacciono i viaggi lunghi, mi piace osservare la gente e mi piace stare con Marco, non è poi così inverosimile che l'odissea automobilistica non mi sia dispiaciuta. Inoltre, anche se viaggiavamo al sud, non ho notato nessuno dei tipici stereotipi stradali del meridione ( a detta del Campano: norme stradali inesistenti, buche stratosferiche, divani a caso in strada ecc.), mio nonno guida mooolto peggio, nonostante la sua veneranda età di 83 anni. Siamo comunque arrivati in ritardo di una buona oretta e mezza, ma come penso sarebbe successo al nord. 
Oh, che palle tutte 'ste differenze nord/sud. D'ora in poi voglio scrivere del posto dovo vive il mio ragazzo come se non esistessero tutti questi stereotipi. Come se parlassi di un posto nuovo che non ho mai visitato ma su cui non so nulla. Quindi, miei cari e numerosissimi lettori, fate finta che io nn stia parlando della Sala Consilina in provincia di Salerno, bensì di una sala remota e lontane.. chessò, una Sala in Islanda. 
Dunque Sala Islandina è un paese abbastanza piccolo, ma decisamente più grande di Lovere. Marco non la ama molto, ma a me è piaciuta moltissimo. Sala si trova sulle pendici di una valle, come la mia, solo maschile. Quindi un vallo, il vallo di Diano, a cui per comodità non cambierò il nome, nonostante si trovi ora in Islanda. La differenza tra la Valle e il Vallo è che in mezzo alla mia c'è il lago, mentre nel vallo c'è una grande distesa di campi e una deliziosa collinetta che si chiama Teggiano. Teggiano d'Islanda, ovviamente. Le strade di Sala sono piccole e a dispetto della location polare, hanno un che di mediterraneo. Mi piacciono. Amo sopratutto il colore caldo delle pareti esterne delle case, i gatti che si lavano mollemente sdraiati su tegole rosse e i lampioni. Sì, i lampioni. Non si direbbe, ma i le luminarie possono essere un interessante elemento urbanistico nelle città e nei paesi, e Sala non fa eccezione, i suoi lampioni mi piacciono in egual modo. Siccome è un vallo, dietro il paese c'è una montagna. La cosa figa della montagna è che la vegetazione è totalmente diversa dalle mie montagne: ci sono un sacco di cipressi. In più, sul sentiero che abbiamo percorso c'erano anche un sacco di ruderi e vecchie cascine, con risultato una sorta di ambiente solenne, anche un po' cupo, ma bellissimo lo stesso. 
Se a Sala abitano la madre e la sorella di Marco, il padre, sua moglie e i due fratellastri di Marco abitano in un altro paese. 
Comunque, il posto non importa, sono una famiglia con un equilibrio un po' strano, non pensavo fosse possibile mantenere dei contatti così buoni in una famiglia così grande. Mi piace da morire. Mi ricorda un po' le famiglie dei leoni, in cui le leonesse crescono i cuccioli di tutto il branco insieme, oppure, per essere un po' più fini e colti, l'ideale di famiglia platonica. Eppoi la sorella del mio ragazzo è una taura. Ha l'età di Matilde, e un po' me la ricorda, ma mi sta troppo simpatica. A parte il meraviglioso accento ISLANDESE, canta e ride un sacco. E ha una risata assolutamente contagiosa. Poi, cavolo, ha detto a che sembro una "piratessa bbona", quindi mi sta simpatica per forza. 
Ora. arriva il punto dolente. I genitori.
Non fraintendetemi, non che loro fossero antipatici, scortesi o altro eh, anzi! Sia il padre che la madre sono stati davvero gentili e oserei dire anche dolci con me. Il problema sono io. E diciamo che se mi si può perdonare -si può, suvvia- di aver rovesciato il vino sulla tovaglia bianca, e di aver rotto un vaso che "aveva più anni" della madre di Marco, forse, e dico forse eh, non mi si può perdonare di aver, ecco, massaggiato il pancino di mio suocero.
A mia difesa posso dire che Giulia, mia cognata (cainatma) mi aveva dato il permesso. 
E che c'è dietro una storia divertente.
Che bello, parlando della famiglia del mio amato uaglione tengo ripassati i nomi dei componenti dela famiglia, di cui ho sempre avuto seri problemi a ricordare i nomi in ITALIANO, figuriamoci in una qualsiasi lingua straniera. 
Ma ora passiamo al vero topic di questo paragrafo tutto dedicato all'Islanda: il cibo. Mi sembrava di essere tornata a casa nelle vacanze natalizie, quando i miei nonni fanno da mangiare per un reggimento e siam solamente in quattro o cinque, la differenza stava nel fatto che proporzionalmente era la stessa cosa, solo che eravamo il triplo e il cibo era aumentato in modo direttamente proporzionale. La cosa figa del pranzo pre-pasquale a Polla è stato il parentato. Non avendo una famiglia molto numerosa, ma più che altro molto allargata, non ho mai fatto grandi pranzi/cene con tutti quanti i parenti, Essere lì per me è stato come entrare in una di quelle commedie italiane, ma quelle belle, non quelle schifose tipo natale-a-vattelapesca, mi piaceva sentire tutto il bordello che facevano tutti quanti, amo le persone rumorose e che parlano a voce alta. In questo senso un altra cosa che ho amato dell'Islanda sono stati gli amici di Marco.
Li amo.
Sono come Marco, quindi stare con loro per me è una gioia immensa, ma la cosa che mi piace di più è che sono l'immagine stessa della SOCIALITA'. Non dico che io sia timida o faccia fatica a parlare con degli sconosciuti, anzi, mi viene piuttosto naturale. Per due o tre minuti. Poi, soprattutto se ci si trova in un  gruppo in cui tutti già si conoscono, faccio davvero fatica ad integrarmi, di solito. Ma con i soci del mio meraviglioso ragazzo è stato tutto decisamente più facile e oserei dire anche più naturale: mi includevano sempre quando parlavano, e quando non capivo qualche frase nel dialetto islandese me le traducevano.  Poi urlano (anzi alluccano), ridono, cantano, oddio, amo quando la gente canta per strada senza vergognarsi, già Marco lo faceva, e già LUI ha una voce splendida, ma anche gli altri erano tutti intonati, TUTTI. La triade magica dei best di Marco è formata dal Sig. Cachino in primis, che è una specie di genio della simpatia. Lo adoro. Poi c'è Scherzetto (letto /shkerzetto/), abbreviativo di Scherzo (sempre letto /shkerzo/) della Natura, che solo per il nome, si dovrebbe capire che tipo è. In ultimo c'è Flaaabio (letto /flæeebio/) che, per dio, suona la chitarra in un modo fantastico, e non appena la prende i mano il suo sex appeal guadagna mille punti. Quando poi si è messo a suonare Sweet Home Chicago e tutti quanti l'hanno seguito, suonando oggetti alla bell'e meglio, come una lamiera e un materasso - che, per inciso, faceva dei bassi stupendi, ed era il mio ragazzo a suonarlo - mi sono sentita davvero bene, davvero parte di qualcosa. Anche perchè eravamo in una specie di casa (... semi-abusiva, penso) in campagna, lontano da tutto e da tutti, e SENZA BERE un enorme quantitativo di alcool mi stavo divertendo e abbuottando  di risa come non facevo da tanto tempo. E ho grande stima delle persone che riescono a divertirsi così tanto anche se piove, fa freddo, non c'è alcool, e il fuoco che sta sotto la lamiera o fatica ad attaccare oppure da fuoco alla porta di legno usata come barriera. Il campano mi ha detto che tutte le "pasquette" sono così da lui, Per me che non avevo mai festeggiato pasquetta è stata una sorpresa. Da quando lo conosco rido come non ho mai fatto in tutta la mia vita.
Questo è l'effetto Marco, ramas.
Una cosa che avrebbe bisogno di un capitoletto a parte soprattutto per quanto riguarda gli amici di Marco, è la guida. Ora, no. No, da me non è normale che un sedicenne (Flaaabio) guidi la macchina. Non lo è. Punto. Quindi, non mi importa, avrò fatto la figura della scema, ma quando ho visto il mio ragazzo che si sporgeva dal finestrino di un vecchio pandino mezzo scassato mentre, con totoale nonchalance il mitico Flaaabio derapava in un micro piazzale sfiorando ogni volta sempre di più il muro e rischiando di investire due cani, mi sono messa a strillare come la peggiore delle donne in preda a crisi ormonali pre parto. Scusate.
Ad ogni modo, è meglio finire qui questo "breve" capoverso sull'Islanda, altrimenti mi dilungo troppo.

























Il Golossissimo Grottino. 







Tornare dall'Islanda a Venezia comunque è stato un vero e proprio cambio di stagione. Da pranzi natalizi, freddo e neve (esatto, neve al sud! Assurdo.) sono passata praticamente all'estate. Amo Venezia in questi periodo, sento proprio che sta arrivando il periodo estivo. Ci sono tutte le sensazioni che mi ricordano l'estate: innanzitutto le rondini. Lo so, lo so, le rondini più che altro dovrebbero fare primavera, ma da quando vado in Sardegna, le i versi delle rondini mi ricordano le passeggiate serali sulle mura di Alghero, con i colori rosa del tramonto, le rondini e l'odore di salsedine. Ora, a Venezia l'odore di salsedine c'è eccome, anche se molti tendono a rovinarne la poesia affermando che in realtà sia solamente puzzo di fogna. Mi piace un sacco anche il riflesso lucente dell'acqua sui mattoni rossi dei ponti. Adoro i mattoni rossi. Mi danno così un senso di caldo e vissuto, Mi piace passare le dita sui mattoni mentre cammino, mi da l'impressione che mi raccontino la loro storia. Un'altra cosa che ovviamente mi fa sentire l'arrivo imminente dell'estate è il caldo. In questi giorni fa davvero caldissimo. sono uscita per la prima volta in pantaloncini senza calze l'altro giorno. Con questo caldo posso aprire la finestra subito dopo aver fatto una doccia bollente e sentire l'aria fresca senza congelare. Posso sciogliere i capelli in bici e sentire il caldo attraverso i vestiti. Che goduria, e che bello sentire il sole sulla pelle nuda dopo aver fatto l'amore con Marco, stesa, nel suo letto, in totale pace dei sensi. Oppure guardarlo, mentre dorme (o FINGE di dormire, lo stronzo) con tutti i capelli sparsi sul cuscino, e il viso rilassato ma adulto. Ultimamente mi sto accorgendo di questo fatto. Ha il viso di un adulto, non di un ragazzo, e forse anche io non sono più certo una bambina. Mi piace un sacco il suo viso e il suo sguardo.
Quello che mi fa provare quel ragazzo è incredibile, e non voglio scrivere troppo, altrimenti la pena sarebbe la mia totale ScupineZone.

Glossario:
ScupineZone: Luogo astratto dove idealmente vengono relegati i peggio scupini.*
*Scupino: ¶ 1
"Sai chi è sottomesso? Tu! Scupino!"
Cit. Chiappa su Wasabi.
¶ 2 Ruolo di una persona che, per varie ragioni, anche buone, si trova sempre in uno stato di sottomissione.
Con il caldo comunque, io e gli altri tre del gruppo, Marco, Chiappa e Wasabi abbiamo cominciato ad uscire un po' di più e andare a farci qualche gita da n giorno ogni tanto, intorno a Venezia ci sono un' infinità di cose da vedere. Io e Marco già eravamo andati a vedere Burano, un isoletta carinissima in cui ogni casa ha un colore diverso e brillante, e dove si può apprendere la bellissima e commovente storia di Bepi Suà

La storia di Bepi Suà.
Bepi Suà era un vecchio eccentrico signore di Burano. Il suo sogno era quello di fare il regista, ma non avendo mai la possibilità di realizzarlo si dilettava nel proiettare nel campiello fuori da casa sua dei film all'aperto per i bambini della piccola isola in cui ogni casa ha un colore diverso. Ma sicuramente, la casa che aveva il colore più brillante, più originale era proprio quella di Bepi Suà, che ogni giorno ne ridipingeva l'esterno con colori diversi. Per questo si era guadagnato da tutto il paese il soprannome di Bepi Suà, "Bepi Sudato", per tutto il tempo che passava con colori e pennello sotto il sole, solo per regalare un po' di colore e di felicità agli abitanti di questo mondo grigio.
Anche ora che Bebi non c'è più, tutti gli abitanti di Burano lo ricordano con un mezzo sorriso e sanno indicarti con preciso dove si trova la casetta gioiosa del grande, e mitico, Bepi Suà.
Fine

Un'altra uscita pseudo romantique che ho fatto con Marco (come ho già detto, sia a me che a lui piace vedere posti nuovi, quindi tutta la mia voglia di gite è appagata) è stata quella a Villa Pisani. C'ero già stata, ma ovviamente mai con lui, e non avevo mai visto la villa dall'interno, solo il giardino, che è enorme e magnifico, e in certe zone ha anche un qualcosa di magico, secondo me. E poi c'è il labirinto, naturalmente. Siccome io sono una fidanzata modello, sapevo che l'amore mio l'avrebbe amato. E così è stato.
Con tutti gli altri poi siamo stati a Murano, che sinceramente mi ha un po' delusa, ovvero, è bellina, per carità, e bisogna dire che c'era anche una brutta giornata, però in pratica è stato come rivedere Venezia. La lavorazione del vetro è interessante, e soprattutto gratis. E poi, oh, una gita con quei tre non è mai un giorno sprecato. Mi diverto un sacco, fra noi si è creata davvero una bella intesa. All togedah siamo andati anche all'orto botanico a Padova. Peccato che Speciale là sia stato male, l'amore mio. Quest estate mi mancherà davvero tanto in Interrail. Ah, giusto! Non ho mai parlato dell'Interrail! Be', io e Marco abbiamo quasi pensato di mettere su un'agenzia viaggi, visto il talento che stiamo avendo per organizzare questo interrail. Poi magari nel prossimo post parlerò bene dei dettagli, ma per ora sta venendo una figata, soprattutto considerando chi saremo nella compagnia di viaggio: Chiappa, Marco, Sig. Cachino, Flaaaabio e Scherzetto (si spera), Sava e io. Meraviglioso. Manca solo Speciale. Mannaggia a te, Wasà, DEVI venire!
Ah giusto, in ognuno delle micro gite ho fatto un fottio di foto macro, quindi ora, miei cari lettori, ve le dovrete sorbire tutte. Ad ogni modo prima di pensare a dove andrò quest estate devo concentrarmi sugli esami, mangiare ogni asparago sulla faccia della terra e attendere il cambio di stagione.

















 Wasabi Malaticcio.























Il mio ragazzo ho un ricciolo delizioso.


































mercoledì 4 marzo 2015

Pánta rêi.

Ho tolto il gesso.
E sì, valeva la pena di cominciare un nuovo post con questa frase. Sia perchè se riesco a pubblicare questo post entro febbraio, sarà un bel modo di finire il mese, ma se lo pubblico i primi di marzo, sarà un bel modo per cominciarne un altro.
Ora, sul mio amato gesso vorrei aprire un breve capoverso intitolato: 

Braccio di Ferro;
O meglio, tre piccole cose che mi hanno reso più forte avendo il braccio ingessato.

1. Cose di tutti i giorni che all'apparenza sembrano cavolate diventano improvvisamente difficili. Tra le più odiate oserei elencare: 
- Sbattere ("scotolare" in lingua terrona) la tovaglia, o anche stenderla sul tavolo. Questa diventa assai antipatica quando, non riuscendo ad afferrare entrambi i lembi della tovaglia, continua a stendersi solo da un lato. 
- Aprire roba: ed in particolar modo, la caffettiera e lo shampoo. Lo shampoo poi era davvero un'impresa, visto che dovevo impacchettarmi il braccio con un sacchetto della spazzatura ogni qual volta sentissi l'impellente bisogno di lavarmi.
- Mettere lo shampoo.
Avete mai provato a lavarvi con una sola mano? Provateci. Potrà essere sfizioso la prima volta, poi ti rompi il cazzo.
-Allacciarsi il reggiseno. È già difficile da sana e sobria. Devo aggiungere altro?
- Togliere le briciole dal tavolo. Sì, avete letto bene. Allora, ci sono delle cose che semplicemente può fare la mano destra, e cose che può fare la mano sinistra. Normalmente la mano sinistra prende le briciole spinte dalla mano de
Destra. Nel momento in cui però la mano sinistra è bloccata col dorso verso l'alto dal gesso non può raccogliere le briciole, nè spingerle sul tavolo. Ma soprattutto, la mano destra non raccoglie le briciole. Semplicemente si rifiuta. 
- Fare sesso.
No, il gesso non ha sex appeal.
Di contro, ci sono cose di cui invece sono stata sorpresa di riuscire a fare senza troppe difficoltà, come per esempio truccarmi. 
2.  La placca di metallo nel braccio e la cicatrice.
Perchè mi rendono molto più piratesca. 
3.  Le cose che mi mancheranno del gesso.
Anche se in realtà non sono molte: la famiglia dei gessisti e farsi scarrozzare in giro. E, ah, giusto, usare il gesso cone arma contendente contro Marco.

Di contro, da quando ho tolto il gesso la mia vita si è riempita di impegni. Oddio, diciamolo, non che prima fosse vuota, solo che il gesso a volte era stato un deterrente buono per rimanere à la maison.
Okay, non diciamo cavolate, questo è successo forse la prima settimana di gesso, ma neanche. I primi due tre giorni. Fatto sta che con gesso o senza gesso il risultato è lo stesso: sono stra piena di impegni. Ma come fa la gente davvero a farcela a fare tutto? Io mi trovo sempre più a pensare che la giornata dovrebbe avere minino cinque ore in più. Sei dai, così facciamo numero pieno. Voglio dire, come sono supposed to be capace di: andare a lezione, studiare (magari anche portarmi un po’ avanti), mantenere dei rapporti buoni rapporti sociali sia a Venezia che in Valle (la temibile ambivalente V), non tralasciare la famiglia, continuare a coltivare i miei interessi, e in tutto questo magiare, dormire, lavarsi, respirare. In più si deve aggiungere la perenne pecunia di risorse economiche che di certo non facilita il processo.
Sì, cinque/sei ore in più farebbero decisamente comodo. Mi accontento di cinque dai, chissene importa del numero pieno.
Come se tutto questo non fosse abbastanza, sembra che il tempo faccia apposta a scorrere più veloce. Dico sul serio, io sono sicura che IERI era lunedì scorso e ho pensato: “Caspita, questa settimana è già così piena che è praticamente finita.”. E infatti oggi è martedì. Già, martedì della settimana dopo però. Eppure io posso giurarvi che IERI era lunedì scorso. Lo giuro.
Sembra quasi che il tempo sia passato da scendere una goccia alla volta ad avere una pressione da autopompa dei pompieri. Mi sento come se stessi cercando di afferrare l’acqua: una totale idiota. Per quanto ci provi non ci riesco, mi sfugge, mi scivola dalle mani, me le bagna solamente. E se metto le mani a coppa, per cercare di prenderne almeno un po’ di quell’acqua, quella quasi subito straborda dai lati, non riuscirò mai a contenerla tutta: tutti gli impegni, lezioni, amici, famiglia … roba, tutto, TUTTO mi scivola dalle mani, e io devo cercare di contenere un po’ di tutto, cercando di mediare tra una cosa e l’altra, cosa che non soltanto non mi esce, è uno schifo. Ma è fisicamente impossibile che io riesca a fare. E questo un po’ mi turba perché mi sembra che tutto scorra così velocemente che non riesca a trattenere neanche una goccia di tutto quello che mi succede, che sia poltiglia a vino frizzante. Mi sembra che io non mi stia davvero godendo nulla, che tutto mi scivoli addosso troppo velocemente perché io riesca davvero ad assaporarlo, questo vino frizzante. Posso assaggiarlo sì, ma nulla di più. Ma il problema è che questo vino è dolce, è magari un buon moscato, mi piace, e io vorrei berlo tutto fino all’ultima goccia, vorrei potermene ubriacare.
E’ un po’ come una poesia che ho trovato in un libro che devo leggere per letteratura giapponese:
Schiuma d’acqua che tuonando scorre tra gli anfratti montuosi, così siam noi gente del mondo.
E che caspita, è vero.
Che nervoso.
Mi sono accorta di questo anche perché questo weekend sono tornata in Valle dopo almeno un mese che non tornavo. E su questo vorrei aprire un breve capoverso chiamato:

A volte sono le cose che non cambiano quelle che ti sorprendono di più.

Mi spiego meglio: da quando ho cominciato l’università diverse cose sono cambiate, in fatto di rapporti umani, soprattutto; con alcune persone ho mantenuto ottimi rapporti, con altre la relationship si è incrinata, con altre ancora si è del tutto spenta. Una persona con cui ho chiuso penso oramai totalmente ogni contatto è Lisa, anche se mi dispiace ammetterlo. L’ho capito questo weekend appunto, quando l’ho incontrata per restituirle alcuni suoi vinili che mi aveva prestato quando stavamo ancora insieme. Io speravo di farci quattro chiacchere, anche perché così ci eravamo accordate, così, solo per sapere come stava, come andava la vita. In fondo io e lei siamo state insieme tre anni, e anche se ora non lo siamo più le voglio comunque bene, e mi fa piacere sapere come le sta andando la vita. Invece ho avuto la conferma della totale chiusura dei nostri rapporti. Insomma, era proprio necessario portarsi  dietro l’attuale ragazza? Non ho ancora capito se l’abbia fatto per avere una sorta di protezione o solo per dimostrarmi che si è benissimo ripresa e può vivere senza di me. O entrambe le cose.
Tralasciando il fatto che mi abbia infastidito questa sorta di dimostrazione, sono felice che si sia trovata una ragazza. Stanno bene insieme, e anche se la sua pupa non mi piace particolarmente caratterialmente, sono felice che lei sia felice e innamorata. Come ho già detto, se non le volessi almeno un po’ di bene avrei sprecato tre anni della mia vita.
Ad ogni modo, come ho già detto, ci sono rapporti che si chiudono e altri che si incrinano. Per adesso sembrano delle lampadine che si stanno per bruciare. Inevitabilmente.
Ci sono però delle lampadine che rimangono belle accese e luminose. Anche alcune molto vecchie e a cui magari non avresti dato un mese. Queste lampadine sono tre:
-          Cecia, torcia a dinamo. Piccola, rumorosa, dinamica. Non tremola mai, non si spegne mai. Ecco, di lei ero sicura al 100%. L’amicizia tra me è Cecia è come una piccola torchia che brucia lentamente, continuamente alimentata. E’ durata sorprendentemente tanti anni, troppi perché basti una cosa stupida come la distanza per separarci. Potremmo anche non sentirci per mesi, tanto poi sarebbe come se non ci sentissimo dal giorno prima. E’ il mio piccolo scoglio.
-          Sirius, luce al neon. L’amicizia tra me e Sirius è nata in modo luminoso e stupefacente, accecante. Abbiamo avuto subito una specie di feeling, ci siamo trovate sulla stessa lunghezza d’onda. A volte capisco quello che pensa senza che lei abbia bisogno di dirmelo. Penso che il nostro rapportò sopravviverà ora che abbiamo superato alcune difficoltà.
-          Sava, lampadina a risparmio energetico. Una di quelle cose che non ti aspetteresti, eppure eccoci qua, a parlare di cose più o meno profonde ed importanti, ma anche a divertirci e ad ubriacarci. A Sava assegno la lampadina a risparmio energetico perché non è una che ti fa capire il suo affetto tanto alla volta, ma va a risparmio. Tuttavia, quelle rare volte in cui esterna le sue emozioni, queste sono sempre autentiche e direi anche da ricordare.
E queste sono le mie lampadine. Grazie per illuminare i miei momenti bui, ragazze.

Eppoi naturalmente ci sono loro, i miei nonni. Vecchie rocce. Con tutto questo fuggi-fuggi di tempo la loro presenza mi calma non poco. Devo dire che all’inizio mi aveva turbata non poco. Questo perché i miei nonni, e soprattutto mio nonno, tengono documentato ogni istante della loro vita e di quella dei figli e nipoti (me compresa) con diapositive, fotografie e video dal ’58. Mio nonno poi, che è tutto fissato con queste cose, ha cominciato da un po’ di anni a questa parte a fare dei veri e propri DVD con tutto il materiale che tiene. E’ cominciata penso con i vari saggi di me e mia sorella da piccine. Poi quando abbiamo smesso ogni tipo di corso e mio nonno si è rassegnato che no, né io né tanto meno Matilde, avremmo suonato il violino, ha cominciato con i video più vecchi. Poi con le fotografie. E poi con le diapositive (ha uno speciale scanner con cui riesce a prendere direttamente la diapositiva e trasferirla su PC). Poi le monta tutte insieme, mette una colonna sonora, aggiunge magari dei commenti esplicativi scritti o orali (sì, registra la sua voce) e si fa un DVD, con tanto di menù per selezionare le scene ed effetti grafici. E’ arrivato al ’70.
Ne ho viste un po’, di quelle foto, in particolare quelle del ’75. E’ l’anno in cui hanno costruito la casa in cui vivono attualmente. Nell’album ci sono le foto del terreno prima della costruzione della casa, in bianco e nero, e poi  foto di loro due, seduti soddisfatti fuori casa, sotto l’ombrellone, che guardano l’obbiettivo, e sorridono, orgogliosi. Cosa provo, guardando quelle foto? Non riesco bene neppure io a capirlo. C’è  un mio zio che fa gli anni, una mia nonna giovane e molto bella al mare, una mia mamma alle prese con le lezioni di danza … Mi sembra quasi di essere lì, e mi sembra di averle vissute, queste scene. Provo quasi nostalgia di una cosa che non ho mai visto, una vecchia Lovere che non ho mai visitato. E poi provo ansia. Nel ’75 mia mamma aveva nove anni. C’è una foto di lei che sorride sotto una pianta di girasoli. Non lo sa che esattamente vent’anni dopo nascerò io. Tiro ad indovinare, ma penso che ora le sembra che la vita adulta sia terribilmente lontana. Eppure vent’anni sono passati, anzi ne sono ormai passati quaranta, ed eccomi qua, a quasi vent’anni io stessa, a scrivere della mia paura del futuro su questo blog, su un treno diretto a Verona.
E, sì, ho paura. Cosa succederà quando i miei nonni non ci saranno più? Tutto quello per cui hanno lavorato, è documentato in quelle foto. Hanno faticato, hanno costruito una casa e una famiglia da zero. Hanno tante cose da raccontare.
Eppure ad un certo punto tutto verrà spazzato via, come un castello di sabbia.
E loro lo sanno, che tutta la loro vita è un castello di sabbia, sanno che prima o poi verrà un bambino bastardo a pestarlo urlando oppure la marea.  Ecco, appunto, la marea. Sempre quell’acqua straziante che non puoi fermare. L’acqua che si insinua ovunque, l’acqua che ha una potenza straordinaria, il tempo. Lo so, lo so: “Ma hai sono diciannove anni!”, cosa devo dirvi, una crisi di un quarto d’età.
Fatto sta che i miei nonni sanno che la loro vita è un castello di sabbia, e diciamocelo, da bambini sapevamo che il castello prima o poi sarebbe stato distrutto. E quindi ci dava molta più soddisfazione distruggerlo noi stessi. E che cazzo, io ho faticato per questo castello, mo lo distruggo io.
Così penso stia facendo mio nonno ogni qualvolta taglia un albero in giardino, che è la cosa che più hanno curato in quella casa, dal ’70 ad oggi, si vede benissimo nelle foto. Però è combattuto. Sa che il castello non potrà mai resistere, ma vuole che qualcosa rimanga. E così fa foto, video. E sorride, quando ce li mostra.
E allora capisco, capisco che in fondo di castelli ce ne sono un’infinità da vedere. Non devo farmi fermare solo perché so che prima o poi si sbricioleranno al sole, o verranno travolti da un’onda. Prima paragonavo le persone a dei diamanti, perché pensavo che ognuna ha un sacco di sfaccettature, e non si smette mai di scoprirne di nuove, in realtà i diamanti sono troppo resistenti. Ora le paragono a castelli di sabbia, con cunicoli, conchiglie,  fossati, ponti levatoi, insomma tutte quelle cose che ha un castello di sabbia per essere tale da scoprire. Quello che qualcuno può vedere come tante banche da rapinare, io lo vedo di più come dei castelli di sabbia da visitare.


















Quindi alla fine in valle non  mi è rimasta tante gente, famiglia a parte. Ora come ora sto facendo una cosa che di certo non è per nulla aiutata da questa mia nuova paura del futuro. Insomma, chi mi dice che le persone che sto conoscendo  ora in facoltà e con cui (quante milioni di volte l’ho già detto?) mi trovo davvero bene non si sgretolino improvvisamente? Nulla. In pratica sto saltando nel vuoto. SENZA paracaduti, senza nulla da cui potrei tornare, nel caso tutto questo finisca. Ma, ehi, è così per tutti. Rischiare aggiunge solo cose fighe al mio castello. Voglio dire, sarebbe come pesare:  “Non le prendo le conchiglie per decorarlo, tanto poi il bambino della famiglia là in fondo mi distrugge anche questo castello.” Invece no! I miei nonni non hanno fatto così, e ora guarda che razza di castello figo che si ritrovano. Certo, ha avuto dei crolli magari. Ma si sono sempre ripresi.
Quindi sì, sono pronta a saltare. Anche perché in questo salto non sono sola, ma oserei dire almeno in dolce compagnia. D’altronde, come dice Alan Moore di quando ha cambiato lavoro per diventare fumettista:

« It was a fool’s leap, a shot in the dark, but anything of any value in our lives – whether that be a career, a work of art, a relationship – will always start with such a leap. And in order to be able to make it you have to put aside the fear of failing and the desire of succeeding.»

E tu, sei pronto a buttarti? 

mercoledì 11 febbraio 2015

Piccole cose.

Ah, Venezia. Venezia non delude mai. 
Da quando sono ricominciate le lezioni, settimana scorsa, mi sono sorpresa a pensare a quanto mi fosse mancata questa città vagamente decadente che odora di alghe e salsedine, per essere poetici (visto che a volte puzza e basta). La cosa più bella di Venezia è che non ti annoi mai. Ci sono problemi tutte le varie feste la sera, e in questo periodo si stanno davvero superando, ce ne sono un sacco! Per esempio quella a cui sarei dovuta andare sabato sera io, Wasabi, il Campano e la Sicula, ma potevamo mai noi essere in orario? La festa era gratis fino a mezzanotte e noi siamo arrivati ovviamente tardi. E' stata comunque una serata divertente, considerando che da Piazzale Roma all'Arsenale, dove c'era la festa, abbiamo conosciuto un sacco di gente, tra cui: una coccinella (preferita di Wasabi, che continuava ad urlare: "Cocciiiii!" forse a causa dei fumi dell'alcool, ma comunque spaventando a morte la malcapitata), un veneto-messicano che parlava anche il francese e il tedesco e il suo amico altrettanto poliglotta, due ungheresi molto simpatici (ungheresi sul serio) e altre persone che non ricordo molto bene perchè, be', forse anche io ero un po' in preda ai fumi dell'alcool. Ma mai come Chiappa comunque! Chiappa - la Sicula, è diventata Chiappa sotto suo suggerimento "Mi vanno bene tutti i soprannomi, basta che non mi chiamate Chiappa!"- mi ha fatto compagnia sabato. Non era ubriaca, secondo lei aveva solo la liscìa un termine siculo che rende bene il significato di ridarola bresciano. In realtà, cara Chiappa, temo che per quanto tu possa avere la liscìa, ridarola o come vuoi chiamarla, non puoi cadere, DA SEDUTA, per terra incastrandoti tra il sedile e il parapetto del traghetto senza essere un minimo ubriaca. Mi dispiace. Ma questo non significa che non sia stata una scena divertente eh! Anzì, sissignore se lo è stata! Devo averne ancora le foto. E soprattutto se avessi avuto solo la liscìa non avresti continuato a parlare in inglese con me e Speciale per tutto il resto della serata.
Ad ogni modo, Venezia non è divertente solo per le serate. Diciamo che anche durante la giornata di svaghi ne potrai trovare parecchi, o sprovveduto avventuriero. Pioggia, vento, neve, acqua alta, turisti giapponesi che non temono le precedenti condizioni atmosferiche e continuano imperterriti a camminare , insomma, le minacce sono tante. L'ho detto, di sicuro non ti annoi. Soprattutto se TUTTE queste complicanze si scatenano contro di te INSIEME, il giorno in cui ti sei svegliata presto per andare a lezione alle 8.45, devi prendere un treno (ovviamente in ritardo, il dio di Trenitalia mi odia) per presentarti puntuale in ospedale a togliere il gesso. Inutile dire che non sono arrivata puntuale, e che non si capiva più da dove cominciava il gesso, visto che tutto il mio corpo era ricoperto dalla neve, e quindi il bianco della neve e del gesso si confondevano. Tuttavia sono riuscita a farmi liberare il gomito e ora (Yuppii!) posso stendere interamente il braccio. E ho fatto amicizia con i gessisti.
I gessisti mi piacciono.
A parte il fatto che da quando bazzico nell'ospedale di Padova i gessisti (in realtà non sono sicura che questa parola esista, ma è come il "battellaio", lo so che non esiste, ma io ho fatto il linguistico, posso inventare quante parole voglio) sono le uniche persone umane che abbia incontrato. Cioè, si rapportano. Voglio dire, i dottori sembrano robot, ti guardano, ti dicono che hai il braccio rotto, che devi fare tanta ("Ma tanta eh!") fisioterapia e bonc, basta. Il prossimo paziente. Per carità, non sono da biasimare, ma i gessisti sono tutta un'altra cosa. Ti accolgono con il loro calore da gessista, ti parlano con un viso aperto e sorridente da gessista, e la grande famiglia dei gessisti ti abbraccia, facendoti sentire più sicuro in questo mondo freddo e inospedale inospitale. E non sto scherzando. Sono davvero una famiglia, un clan, una tribù, una cerchia ristretta. Come i massoni. E loro mi hanno direttamente proposto di entrare a far parte di questa famiglia. 
Naturalmente ho accettato.
Abbiamo parlato di molte cose, al Sig. Konnichiwa piacque particolarmente la parola "Konnichiwa" quando gli dissi alcune parole in giapponese sotto richiesta, e così ogni qualvolta entrava qualcuno, paziente, medico, infermiere o chiunque, salutava con un allegro "konnichiwa!". Carino. Il Sig. Silenzio mi disse un'unica cosa: che voleva un tucano disegnato sul mio gesso. Perchè il Sig. Silenzio ama i tucani. La Signora Positività mi chiese come stava andando l'università, e alla mia risposta "Bene! Mi piace molto sia la mia facoltà che Venezia! E poi Venezia è una bellissima città da visitare se hai il ragazzo!" disse: "Eh, già.. Pensa quando vi lascerete, ogni cosa di Venezia ti ricorderà lui, sai cara, nulla è eterno." Il bello è che me lo diceva con aria totalmente ingenua e sorridente. Quando sono uscita dalla sala gessi mi sono fermata, ho piegato la testa e ho pensato: "Ma cosa diavolo è accaduto?"
Ad ogni modo, Venezia è festaiola e divertente, ma anche romantica. Okay, non credevo avrei mai potuto dire delle cose del genere io che sono sempre stata l'anticristo del romanticismo, ma girare la città vecchia e, come dice De Andrè "Se ti inoltrerai lungo le calate dei vecchi moli, in quell'aria spessa carica di sale, gonfia di odori", con qualcuno di cui sei innamorata, ma soprattutto con qualcuno che apprezza il girovagare come lo apprezzi tu, è stupendo. Perchè alla fine è anche per questo che lui mi piace così tanto, no? Quando siamo andati a Montisola, a Montecampione, ogni volta che usciamo insieme e scopriamo un posto nuovo, vedo nei suoi occhi e sento nelle sue parole le stesse emozioni che provo io. Chiamala wanderlust, chiamala sehnsucht, io la immagino come una mongolfiera con scritto la tête dans les nuages, perchè esprime perfettamente come voglio girare il mondo: lentamente, godendomelo in ogni singolo quartiere, viottolo, ponte, viuzza. Annusando, assaggiando, toccando ed ascoltando non solo guardando. 
Mi piacciono le piccole cose. D'altronde io sono piccolina, vedo le cose dalla mia prospettiva.
Ecco, questa cosa, questa wanderlust, la vedo anche in lui, e lo adoro per questo. E così, lettore, hai scoperto che ho passato l'esame, quello a cui tenevo tanto. E sì, questo post è totalmente intriso da un insopportabile senso di positività tipico da ragazzina, ma che ci vuoi fare, lasciami godere il momento finchè posso. 
Da quando frequento Venezia e il Campano, comunque, non ho più bisogno di fare sport. Ookay, questa potrà sembrare un riferimento sessuale, ma non lo è. Almeno, in parte non lo è. Venezia è tutto un su e giù per ponti, e soprattutto in questo periodo, è uno sfizio. Ci sono maschere ovunque. E giapponesine che inseguono maschere ovunque. E ovviamente noi quattro potevamo perdere occasione di vestirci? Io sono diventata Napoleone, Il Campano un samurai in Yukata, Chiappa un pappagallo (ha approfittato di ciò che la natura le ha donato: un perfetto naso-becco) e Wasabi una specie di panda. Con "パンダ" scritto in fronte in katakana, per attirare le giapponesine, da cui è inevitabilmente attratto carnalmente. La strategia funzionava, però bisognava dire che la gran parte delle orientaline era attratta dal mio ragazzo (che strano da dire), il quale, inutile dirlo, ne ha poi approfittato per farmi ingelosire. 


Wasabi e il suo amore per i coriandoli. Scusa Wasà.
Le foto sono scattate col cellulare, quindi non sono il massimo della qualità.

Maledetto lui e maledette le orientaline. 
Ed è QUESTO che intendo con il fatto che Marco mi fa fare palestra. Tralasciando tutte le volte che lo picchio, intendo il fatto che stare con lui è come avere una palestra psicologica ogni minuto. Ed è stupendo. Una volta lui mi disse, scherzando, che quando ci lasceremo tutti gli altri ragazzi saranno più noiosi. Ora, lui lo disse per scherzo, ma io temo sarà davvero così. Stare con lui è come girare per Venezia, non mi annoio mai. Siccome tende spesso a scherzare anche nei momenti seri, mi piace riuscire a cogliere le cose vere dietro la maschera scherzosa che ha e mi piace anche farglielo capire. Amo quei momenti in cui davvero riesco a fargli carpire quello che sto pensando, e amo quando io invece riesco a farlo con lui. Sono dei momenti magici, mi sento come se riuscissi finalmente ad incastrare i pezzi di un puzzle particolarmente difficile. Me li godo tutti al massimo. Come mi godo al massimo alcune sue espressioni del viso. Lo so, lo so, può sembrare una frase senza alcun senso logico, ma certi piccoli dettagli mi fanno impazzire. Tipo alcuni sguardi che mi lancia prima di dirmi che sono carina, o il sorriso sghembo che fa prima o dopo avermi perculato. Anche quello mi piace, sì. Sono quelle cose che ti fanno venire voglia di prenderlo a botte oppure saltargli addosso. Oppure entrambe le cose insieme. Altre piccole cose che fa mi piacciono, come per esempio l'essere riuscito (quasi) a farmi abbandonare mentre ballavo. SEMBRA una cagata, caro lettore, ma io non ci riesco. Davvero, io quando ballo sola scoppio di energia, soprattutto se sono proprio sola, con la camera chiusa e le cuffiette. Ma appena ballo con qualcuno divento impacciata, ho paura di pestare piedi, di perdere il ritmo ecc. Ora. Mentre cucinavamo (amo quel ragazzo, cucina, e cucina BENE. E dice che sono magra. AMO IL MEDITERRANEO.) ogni tanto ballavamo. Ad un certo punto ho pensato: "Se riesce anche per un attimo, a farmi lasciare andare, è preso." E c'è riuscito. Cristo, se c'è riuscito. Ho chiuso gli occhi ed era tutto un trip di colori e musica. E non ero né ubriaca né tanto meno drogata. Assurdo. 
Un' altra piccola cosa che ha fatto, che, lo so, sembra una cavolata, è stato comprarmi le olive. Ora, sì, sembra ancora più una cagata, ma erano settimane che avevo voglia di olive, e lui mi ha comprato le olive di nascosto. Semplice, no? Sembra quasi scontato, detto così. Ma il punto è che l'ha fatto con una dolcezza spontanea che da lui proprio non mi aspettavo. Da quando stiamo insieme è ancora più bello perchè scopro ogni giorno qualcosa di nuovo di lui. 
Cristo, mi vergogno così tanto di tutto questo. Ecco perchè spero che lo legga. Sembra una contraddizione, ma tanto non riuscirò mai a dire a voce queste cose. Mi vergogno a pensarle, figurati a dirle ad alta voce. Sono troppo orgogliosa per mostrare il mio lato femminileormonaleschifo, anche se piano piano sta venendo fuori, come una schifosissima acne giovanile. Non rileggerò neppure il post, altrimenti so che cancellerei tutto. 
Me femmina, ti odio. 
Potrei continuare all'infinito a parlare di Marco, ma poi lui si gaserebbe troppo. 

martedì 27 gennaio 2015

Acchiappa Colori.

Quanti tipi di esami possono esistere?
Se cerco su google, il magico motore di ricerca amico di tutti, mi da due risultati:
1. Prova cui vengono sottoposti gli aspiranti a un titolo di studio o a una licenza o a una qualifica professionale o a un impiego per accertarne il grado di preparazione e di maturità: e. scritto, orale; e. di ammissione, di idoneità, di laurea; dare, sostenere un e.
2. Valutazione fondata su un'osservazione diretta e circostanziata.
Ora, in questo periodo sono certa di aver dovuto sostenere entrambi  i tipi di esame, e non solo. Potrei persino dire di aver sostenuto un ULTERIORE esame. Ma non vi faccio spoiler. Cominciamo dal tipo 1.
Ah, gli esami universitari. Dovevano arrivare prima o poi. E sono arrivati, e con loro è arrivata la prima ondata generale di panico studentesco che proverò all'università.
In realtà, riflettendo oggettivamente sul panico generale, lo trovo un po' insensato. Voglio dire, al liceo eravamo abituati a sopportare ben peggio! Era come avere esami spezzettati durante l'intero semestre, mentre ora ne abbiamo uno unico. E' anche meglio teoricamente, ricordandosi le settimane tremende in cui mi trovavo con sette giorni di ansia tra verifiche, interrogazioni, valutazioni comportamentali ecc.
Ma dimenticavo che io ho detto OGGETTIVAMENTE e TEORICAMENTE. Nel momento in cui questi concetti vengono praticati alla mia persona si perde tutta la stupenda sensazione di libertà dagli obblighi liceali. Prima di tutto perchè al liceo ero obbligata a studiare tutto pezzo per pezzo, mentre all'università non lo sono. DOVREI farlo, ma ciò non significa che lo sono. Quindi mi sono ritrovata ad una settimana dall'inizio delle vacanze di natale con un leggero dubbio:
"Mmmh.. Forse dovrei cominciare a studiare.."
Per poi ritrovarmi con un periodo storico del Giappone da studiare che andava dal paleolitico al 1800, un corso di letteratura italiana che ho frequentato sì e no quattro volte e, soprattutto, tutta la grammatica giapponese scritta su quelle maledette slide di Pappalardo, bianco su nero.
Ora, potete immaginare già come siano andati.
Okay, storia l'ho passata con un discreto 24, ma giapponese mi aspetta alle porte dell'estate, con il suo sorriso sardonico. Italiano, per lo meno mi è andato meglio, con un bel 29.
Dopo aver detto tutto questo, aprirò un breve capoverso, qui, nero su bianco, intitolato:

I Buoni Propositi dell'Anno nuovo del nuovo Semestre. 
(Perchè un anno è troppo lungo per matenere i buoni propositi, accontentiamoci di un semestre)

1. Studiare tutto a micro pezzettini;
2. Non procrastinare;
3. ... NON PROCRASTINARE;
4. Avere più tempo per i miei genitori e per gli amici in Valle (li sto lasciando entrambi un po' in disparte);
5. Dedicarmi di più al disegno (lo so, non mi aiuterà a rispettare i buoni propositi 1, 2 e 3);
6. Informarmi più regolarmente di attualità/politica;
7. Dedicarmi al trash con Speciale. 

Sono troppo ambiziosa? Va be' dai, i primi tre punti posso anche lasciarli perd.. NO. No, Bea no. Cominciamo bene da subito, per favore. Quindi sì, gli esami sono stati decisamente un periodo nero. Di lati colorati ne ho avuti ben pochi, a parte forse un particolare verde brillante chiamato Speciale, Wasabi, Locale o Biscottato. 
Sì, ha parecchi soprannomi.
Come avrete letto, ho deciso di dedicarmi con lui al trash. E chi è più trash di un ragazzo con i capelli verde acido che ascolta il Pagante sapendo a memoria ogni strofa? A parte questo, Wasabi è diventato ufficialmente parte dei motivi per cui a Ca' Foscari mi sento davvero parte di un gruppo, come con il Campano, la Sicula e il Marchigiano. 
Grazie Locale.
Sia lui che il Campano e la Sicula sono venuti sulla neve, questo fine settimana. Era una situazione tragicomica; Tutto Monte Campione era ricoperto del candore della coltre di neve di gennaio, i suoni attutiti dai fiocchi morbidi che scendevano come ovatta, i quali rendevano difficile vedere qualsiasi cosa.. tranne quattro coloratissimi studenti di giapponese da tutt'Italia, che rumorosamente si rotolavano, si lanciavano palle di neve, si buttavano giù da un dirupo scosceso o facevano gare col bob. 
Cadendo rovinosamente, ovviamente.
Non so, non credo di aver mai visto il Campano così felice in quattro mesi che lo conosco. Immagino che non vivendo in montagna come me, per lui sia stata una bella novità, e sono felice quanto non mai di averlo reso così allegro.










Passiamo ora all'esame di tipo 2, ovvero, quello medico. Vi starete chiedendo come mai abbia fatto un esame medico. Ebbene miei cari lettori, non ho fatto UN esame medico, bensì, dal 5 gennaio ad oggi la mia vita sta diventando un continuo via vai dagli ospedali. Perchè? Lo dirò tutto d'un fiato. 
Ho rotto il braccio. 
Ah ha, lettore medio, stai ridendo. Sai quando riderai ancora di più? Quando ti avrò spiegato come, me lo sono rotto. Ora, essendo questo un processo particolarmente difficile da spiegare a parole, lo disegnerò. 



Ora è tutto chiaro. No? Pff, come siete pretenziosi. E va bene, vi spiegherò meglio.

Dunque, la prima macchinina verso sinistra sono io che esco da casa in retro, in forte pendenza. Dallo scarabocchio non sembra, ma è una manovra molto complessa e in media ci metto.. sette, sì, sette tentativi per uscire. Inoltre, perchè questa manovra esca, il cancello a scorrimento deve essere perfettamente aperto, cosa che il fatidico tre gennaio non era successo. Di conseguenza, dopo aver messo il freno a mano e controllato che la macchina reggesse, aprii la portiera e misi fuori il braccio per aprire il cancello. Ee, non ha retto. La macchina non ha retto, è andata indietro e il mio braccio (nel disegno, lo sgorbietto rosa) rimase incastrato tra la portiera e il cancello. Così, dopo aver tirato una serie di bestemmie piuttosto colorite, ho riacceso la macchina, ho messo la prima, tolto il freno a mano dopo aver liberato il povero arto, suonato all'impazzata finchè non è arrivato mio nonno. Prima, ha visto la portiera della macchina. Ha imprecato. Poi ha visto il mio braccio. Ha imprecato ancora, ma mi ha portato al pronto soccorso. 
Il mattino presto del giorno cinque gennaio subii la mia prima operazione. Tutto ciò che mi ricordo di quel momento sono tre cose: 
La prima, è un commento del chirurgo poco prima di riempirmi di calmante, il quale disse, a causa dell'instente beep del mio cuore che "El cor sbarbellava come la nédra en del l'acqua trobia", che nel mio dialetto significa che il mio cuore sbarbellava come un'anatra nell'acqua torbida.
Bello.
Così mi diedero una iniziale dose di calmante. Poco dopo entrò un'infermiera che disse, con fare concitato: "Oh, è morto Pino Daniele!"
Ora. Tralasciando che era un periodo che ascoltavo Pino Daniele, bisogna sapere che quando mia madre era incinta di me ascoltava ed era andata ad un concerto di P.N.  Quindi sono nata con lui. Nel momento in cui lui muore, PRIMA che io venga operata, mi viene un po' di coccolone. Quindi ho urlato tipo: "NO! Non può essere! NO!"
E giù con altro calmante. 
La terza e ultima cosa che mi ricordo è che, sebbene il mio braccio dovesse essere insensibile ed io mezza addormentata, sentì la prima incisione. Ridacchiai un po' è chiesi se fosse normale.
A questo punto mi hanno dato una dose massiccia di calmanti e nella mia mente c'è solo nero. Quando ho aperto gli occhi ho visto solo bianco (ero viva), e ho detto che Pino Daniele era morto, poi mi sono riaddormentata. 
Periodo bianco o nero, quindi, quello del braccio? Be', oserei dire che presto le il candore delle bende si è riempito dei colori delle firme, o dell'arcobaleno che mi sono fatta appositamente per il Trash and Chic dell'altra sera, quindi anche qui, i lati positivi ci sono a bizzeffe. Ora come ora il mio braccio sembra un magico arto bionico di un unicorno.

Arriviamo ora all'ultimo tipo di esame. Quello che non è descritto in nessun dizionario né italiano né giapponese, né tedesco né qualsiasi lingua. Ma che in realtà mi fa sentire esattamente come se stessi aspettando di sapere se questo maledetto esame l'avrò passato. Okay, lo dico. Sono solo due parole. Tolto il dente tolto il dolore, no?
Sono innamorata. 
Mannaggia a me e ai miei stupidi ormoni femminili del cavolo, sta volta è un maschio. Maledetto sia lui e il suo dannato accento. Ma ultimamente non posso negarlo, è anche grazie a lui che vedo tutto molto più colorato, e tutte le sfumature dei capelli di giapponese a Ca' Foscari non sono nulla in confronto. Davvero, ogni suo sorriso è come uno scoppio di allucinogeni nel mio cervello, che creano istantaneamente il trip più colorato e felice del mondo.
Anzi, dirò di più. Ultimamente la mia testa è così fricat e cap che mi sembra di avere una centrifuga in testa, e che nero, bianco e colorati siano mischiati, senza possibilità di dividersi più, anche se utilizzassi uno di quei portentosi acchiappa colori.

Di un’ultima cosa voglio parlare, prima di chiudere questo post, e purtroppo non è molto colorato, e renderà tutto un pochino più triste. Questa cosa era bianca e nera, e si chiamava Stringa. Mi sembrava giusto parlare di lei, la mia gatta, che non potrò più vedere ora.
E’ curioso. Il giorno in cui abbiamo seppellito Stringa ha cominciato a nevicare. Era da novembre che aspettavo la neve a Lovere eppure nevicò solamente quel giorno. Quasi a consolarmi. Quasi a dire “Ehi, guarda che non può essere tutto così nero, vedi?”
Lo so, lettori, sembrerà una cosa stupida e patetica che io scriva per il mio gatto morto ma non potete capire quanto mi mancherà vedere la sua coda ritta e il suo saluto ogni volta che arrivavo a casa dall’università, e mi mancherà averla sulla pancia mentre leggevo, e sentirla spostare sui piedi dopo un po’ che avevo spento la luce, perché – lo so, sembra assurdo – aspettava che mi addormentassi. Mi mancherà sentirla galoppare per il salotto facendo friiiiiiii, e mi mancherà il suo saggio sguardo felino che ha vissuto dieci anni.
E’ curioso. Il giorno in cui abbiamo seppellito Stringa nevicava e non pensavo avrei trovato neanche un fiorellino da mettere sulla terra smossa. Invece, proprio lì accanto, c’era un cespuglio mezzo secco di ortensie. Era tutto, completamente rinsecchito. A parte un solo mazzetto di fiori, rosa. Un rosa pallido, ma che stagliava con forza contro il pallore della neve. Come a dire:
“Ehi, guarda che non è mai tutto o bianco o nero. Andrà tutto bene, ci sarà sempre un mazzetto di ortensie rosa pallido che ti tirerà su in qualsiasi situazione.”.

mercoledì 17 dicembre 2014

Daily Photos in Venice.











Stream of Consciousness da Casa alla Stazione.

Ah, ecco cos'era quel rumore, la sveglia. Freddofreddofreddo, ma ancora dieci minuti dai.. No, non "annulla", "posticipa", aaah, di nuovo al caldo sotto le coperte.  
Ah, ecco cos'era quel rumore, la sveglia.
Freddofreddofreddo, okay ora mi devo proprio preparare. No dai, cinque minuti.. No, non "annulla", "posticipa", aaah di nuovo al caldo sotto le coperte.
Ah, ecco cos'era quel rumore, la sveglia.
Freddofreddofreddo, okay ora mi devo preparare SUL SERIO. Ecco, sono in ritardo. Brava Bea complimenti. Metto i vestiti sulla stufa così si scaldano. La la la mi lavo i denti.. Eh?! Cos'è quello? Un nuovo brufolo?! Ma la pubertà non era finita? Oddio ma non è che i vestiti sulla stufa si bruciano? Meglio toglierli. Dov'è l'eyeliner? Mah, quasi quasi li appoggio sul calorifero. Dove diavolo è l'eyeliner? Eppure l'avevo messo al suo posto!  Ah, eccolo infatti al suo posto. Okay la prima riga faaatta, ora devo fare la seconda, spero che mi esca uguale.. Ah, no, è un po' più sottile. Ora è troppo grossa. Ora l'altra è troppo grossa. Fanculo, mica lo noteranno gli altri. Oddio o vestiti sulla stufa!! Tutto okay, meno male. Aaaaah, ma come sono caldini. Che ore sono? Okay sono in tempo. Mh, allora oggi che libri porto? Grammatica sì. Anche esercizi. Va be', kanji è meglio che lo porti. Dai, li porto tutti. Mh, meglio mettere anche un libro da leggere, non si sa mai, potrei avere dei buchi. E se mi annoia? Mettiamo anche un fumetto. Qualcosa da mangiare.. Sì, ma anche qualcosa di dolce. Oh, meglio portarsi anche il beautycase. Oddio, dimenticavo il portafoglio, mannaggia a questa borsa che non si chiude.. E chiuditi! Togliamo le cose, ecco, ora le rimetto, ecco ora si chiud.. no. Oh! Si è chiusa. Che ore sono? Merda, ritardo. Okay,ora esco, la giacca la giacca la giacca... La sciarpa la prendo? Meglio di sì, il cappello? Meglio di sì. Dov'è il cappello? Okay, non prendo il cappello. Che ore sono? Merdamerdamerda devo uscire. Apro il garage, apro il cancell..Cazzo le chiavi! Chiavi prese. 

Finalmente in bici. Che ore sono? Dovrei farcela. Ho fatto bene a mettere la sciarpa, fa freschino. Devo pedalare più veloce. Ho fatto male a mettere la sciarpa, so morendo di caldo. Devo togliermi la sciarp.. ah! Cado! No, tutto okay. Penso che terrò la sciarpa. Cosa fa quello?? Ma la gente non sa guidare al mattino? Ops, forse sono contromano. Ore? Tutto okay, ritardo recuperato. Non rallentare il ritmo Bea. Ah, oggi mi doveva venire il ciclo? Porca miser.. SEMAFORO VERDE! Daidaidai che lo raggiung.. rosso. Eh, va be', tanto questo cambia in fretta. Ho fame. Mh, quasi quasi mangio una barretta ai cereali. Buona, devo dire a Elena di comprarne altre, sono proprio buone questVERDE! Corricorricorri ora devo attraversare le striscepullmanmacchinamacchinapullman ah, grazie! S'è fermato. Ma tutti questi pedoni del cazzo?? Ma porcodiquelpinocchioddio, c'è il marciapiede VUOTOVUOTOVUOTO! Ora mi tocca ad andare nella corsia dei taxi. Eh, cosa ti arrabbi tassista del cavolo? Ma guarda te, io rischio la vita a causa dei pedoni e questo ha pure da urlarmi contro. Facheilmiopostosialiberofacheilmiopostosialibero.. SI'! Libero! Chiavichiavichiavi... Un lucchetto qui, un lucchetto lì.. Ecco fatto! Che ore sono? Dieci minuti. NON AVRETE I MIEI SOLDI, SAVE THE CHILDREN. Che ore sono? Sette minuti. Faccio a tempo a prendere un caffè? E provammose. Un euro e trenta? Sono una studentessa, perdio. AH; CAFFE', VITA MIA. Caldino. Correrecorrere! Aiuto! Mandria di pendolari selvatica appare! Bea usa fuga. Da qui non si scappa! Bea usa forza (e spintona con forza l'avversario)!. Bea una attacco rapido (e sale con energia le scale del sottopassaggio). Oh, guarda, il mio treno arriva insieme a me. Con quest'aria che mi scompiglia i capelli, il caffè da pendolare e l'aria un po' smarrita devo essere una figa. Bitches. 
Okay, non troverò mai posto. Eeeeee, infatti meglio rimanere in piedi. CAFFE'. Mmh, ascolto la musica? Nah, non ho voglia, anche se potrei ascoltare quella canzone che mi ha fatto sentire il Campano.. Naaah. Oh, idea! Scriverò un post sul mio blog!