martedì 20 giugno 2017

Caro nonno,

Ci hai fatto prendere un bel colpo, vero? Non mi sembra una cosa così carina da fare, andartene così, senza preavviso, quando sai bene come tutta la nostra famiglia conti su di te per tutto ciò che riguarda la temibilissima burocrazia. Ci manchi moltissimo. MI manchi moltissimo.
Mi manca da morire quando passavi vicino a me mentre studiavo giapponese e dicevi "Beatricina" con quel tono orgoglioso, dando per scontato che fossi la più brava in assoluto del mio corso (quando in realtà sono una pippa) e mi accarezzavi la testa. Mi mancano le tue urla di disappunto contro la speaker del telegiornale o contro i calciatori dell'Atalanta che presumibilmente non potevano sentirti, ma tu ci provavi lo stesso. Mi manca sentirti tagliare l'erba in giardino, potare gli alberi su una scala dalla dubbia affidabilità, e urlare "Egne!" (Vengo) alla nonna che ti chiamava quando il pranzo era pronto. Questo manca anche ai vicini, ci scommetto. Mi mancano i tuoi "Ma." di disappunto quando il computer di sua spontanea volontà non seguiva le tue direttive, i tuoi "Ma pensa" quando ti raccontavo dei miei viaggi e non c'è più nessuno che mi ricorda quando potrei essere brava ora se non avessi smesso di suonare il violino. Mi mancherà non andare più sulla Concita, la tua barchetta, fare i tuffi a testa a Castro, vederti tornare in motorino ancora col costume bagnato dal lago e ancora, i bagni in Sardegna, le lunghe attraversate notturne dal porto di Genova a porto Torres, sentirti dire a Matilde: "Fai come tua sorella, lei non ha paura mica di nuotare al largo!" e poi sentirti dire, a me: "Fai come tua sorella, lei c'ha la dote di farsi capire sempre". Mi mancheranno tutti i tuoi sproloqui politici su cui eravamo spesso in disaccordo, ma che mi davano comunque spunti diversi (e in fondo sappiamo benissimo che sei tutto fumo e niente arrosto, eri un pezzo di pane, per quanto volessi fare il burbero). Tra l'altro sto facendo tutte queste supposizioni al futuro, come se già non mi mancassero.
Mi mancano già tantissimo.
Insomma, mi hai spiazzata un pochino. Mi sono sentita un po' togliere la terra da sotto i piedi. In generale ci sono una serie di cose che mi hanno dato questa sensazione nell'ultimo periodo. Da un lato tutto ciò mi ha fatto sentire molto sola, senza veramente poter capire a chi affidarmi e mi ha resa molto confusa su certe cose che davo per assodato: dare per scontato che la mia vita ora fosse Venezia. All'inizio, consideravo questi mesi solo come uno stand by da Venezia e dagli altri, senza rendermi conto che stavo conoscendo delle nuove persone fantastiche, che in realtà sono entrate nella mia vita più di quello che mi aspettassi.一方で mi ha fatto sentire anche un pelino più indipendente e cosciente di me stessa. E in certi momenti, serena, felice, una giostra di vita ed emozioni. O magari non è così, ed è una cosa che mi sono detta solo per farmi forza.
Ad ogni modo, nonno, il motivo per cui ti scrivo non è per dirti questo e neppure per ricordarti quanto mi manchi, ma per dirti una cosa molto importante, visto che sei morto prima che io ricevessi la notizia:
Sono in Vietnam!
So già cosa risponderesti ad una frase del genere: "In Vietnam? A fa che po'?*" Be', mica noccioline, caro nonno. Con l'uni mi hanno presa a lavorare per uno stage alla camera di commercio italiana in Vietnam. So anche già come risponderesti a questa frase: saresti super contento, orgoglioso finalmente che un tuo discendente abbia intrapreso una strada pseudo-economica come quella che facesti tu - per questa ragione, in realtà, non riesco a togliermi dalla testa che ci sia il tuo zampino in questa storia, e che tu abbia fatto due chiacchiere con qualcuno lassù, in modo da farmi accettare per lo stage.
Qui è tutto diverso. Sì, lo so che te l'avevo detto anche quando ero tornata dal Giappone, ma qui è tutto diverso anche dal diverso del Giappone. In realtà, nonno, non sono in Vietnam da tanto tempo, sono arrivata venerdì 9/06. Detto ciò, aprirò un piccolo capoverso in cui, per coerenza, non caricherò neppure una foto di Hanoi, chiamato:

Prima settima Vietnamita

Hanoi puzza.
Puzza di smog, di marcio, di cibo fritto (cibo fritto asiatico, quindi di zenzero, di salsa di soia, di salsa di pesce), di persone.
Mi piace.
E' un enorme caos, macchine e soprattutto motorini circolano a ruota libera (ah- ha) senza nessun rispetto per le regole stradali, se davvero esistono. Nonno, non so se hai mai visto Mulan, il cartone animato della disney, ma c'è un punto in cui una vecchia signora attraversa una strada di carri e risciò coprendosi gli occhi e rischiando la vita. Ecco, io non mi copro gli occhi, ma il feeling è quello: ogni volta che devo attraversare la strada è inutile attuare un comportamento simile a quello che adotteresti in italia, cioè, guarda a destra, guarda a sinistra, riguarda a destre per scrupolo, quando la strada è libera attraversa. Intanto, se ad Hanoi ti aspetti di trovare la strada libera, ti illudi alla grande. Non sarà mai libera. Per cui, l'unica cosa da fare, è cominciare ad attraversare. PIANO, senza correre. A costo di stare fermo. Se non corri, i motorini ti vedono e ti evitano. Tutti secondo i piani. Easy peasy lemon squeezy.
Le macchine no, quelle le devi evitare tu.
Un'altra cosa assolutamente fantastica ma dall'aria malsana di Hanoi, è il suo cibo. Per per le strade ci sono innumerevoli posti per comprare cibo, sia crudo che cotto, dai mercati della frutta, della carne, del pesce ecc alla vecchia che, pulendosi le unghie dei piedi, ti cucina di buon grado una bella ciotola di Phở, una zuppa vietnamita a base di noodles di riso, brodo, verdurine varie  (normalmente un fottio di cipolla) e carne, che può essere o - manzo, oppure gà, gallina. Potrei stare ad elencare mille cibi in stile street food del Vietnam, anche perchè variano da regione a regione, ma sono davvero troppi.
E poi alla fine della prima settimana mi è venuto il cagotto.
Una cosa che adoro di questi posti è il fatto che benché somiglino molto a posti poco raccomandabili, dentro ci puoi trovare lo studente quanto il manager che la donna in abito tradizionale vietnamita, l'Áo dài (che voglio comprare) ed è per tutti una cosa normale, l'unica cosa un po' fuori luogo in questi posti sono io. Occidentale, donna, sola. Appeno entro in un posto del genere tutte le teste si voltano all'unisono e gli sguardi si bloccano su di me. Qualche bambino mi saluta, affascinato. Quando sono fortunata provano a parlarmi un inglese un po' stentato, quando non lo sono partono con un vietnamita deciso, ma con gli occhi di uno che ce la sta mettendo di tutto per comunicarmi quello che mi vuole dire.
I vietnamiti sono delle persone stupende, davvero. Okay, non voglio fare di tutta l'erba un fascio, ma per adesso, ogni volta che passo per strada e la gente mi osserva, non è mai ostile, è solo cordialmente curiosa. Basta un sorriso per riceverne uno in cambio. Con gli occidentali in particolar modo, essendo noi western creature esotiche ed esistenti solo nei miti e nelle leggende (cosa che ho constato anche in Giappone). Lo so, lo so, cosa mi diresti, nonno: "Eh ci credo che ti guardano tutti, te he na bela stcheta!"**Sì, nonno, ma qua è indifferente quanto tu sia bello o brutto, se sei occidentale sei wow.
Ah, inoltre mi sono scordata di raccontare che qui piove.
Ma non che piove come piove da noi, anche intendendo la pioggia peggiore che abbiate visto. qui quando si dice che piove, piove sul serio. Le strade si allagano, la gente navig  cammina  con l'acqua ai polpacci. Per cui si vedono studenti, manager, e donne in Áo dài che per la disperazione si rimboccano le braghe, mettono zaino o valigetta sopra la testa e guadano le acque impervie che si riversano nelle strade.
La pioggia e il Phở sono come la morte, in Vietnam: accomunano ricchi e poveri.

*In Vietnam? Che ci fai là? (N.d.T.) **Ci credo che tutti ti guardino, sei una bella ragazza! (N.d.T)

Ad ogni modo, dopo una settimana ho avuto la possibilità di cominciare a  mettere in atto il piano che mi sono prefissata, ovvero: viaggiare il più possibile per il Vietnam! (E per l'Asia)
Questo fine settimana sono andata a Mai Chau, un posto sperso nel nord del Vietnam dove le case sono rimaste quelle della tradizione Thai, una delle 54 minoranze riconosciute dal governo vietnamita, la stessa popolazione alla base della storia tailandese. Le case sono simili alle palafitte, sopraelevate, anche se sotto non c'è l'acqua. Forse chissà, in passato era un modo per stare al sicuro dalle inondazioni e dalle creaturine striscianti (nonno, qui ci sono degli insetti enormi, altro che cavallette nell'orto di Lovere) e non (in un parco naturale là vicino ci sono le scimmie. Ma io non ho visto le scimmie. Volevo vedere le scimmie). Gli abiti tradizionali si distinguono, a quanto pare, dal tipo di Thai a cui appartieni, quello di Mai Chau è prevalentemente una tribù di Thai bianchi (di cui non ho resistito a comprare l'abito tradizionale, scusa nonno, ma tanto qua costa tutto pochissimo). Ora farò una lista di cose che ho amato a Mai Chau.

- Le lanterne e le torce delle vecchie e dei bambini che cercano le rane la notte, con le luci che si riflettono nelle risaie;
- Il lungo viale che attraversava i campi di riso, libero, come una parentesi o un respiro di sollievo, occupato solo da dei piccoli pali della luce;
- Le casupole-palafitte disperse in mezzo alle risaie;
- La totale libertà di gallinelle, pulcini, galli e bufali di girare per le strade (soprattutto perchè ho mangiato carne di pollo e manzo e ngulo, quanto era buona);
- Le orchidee che crescevano, su spinta della popolazione, sugli alberi, rendendo il paesaggio ancora più tropicale;
- Le palme da cocco, i banani e tutti gli alberi e la vegetazione tropicale che mi faceva sentire all'interno di una jungla.
- Il riso fatto "a tubo" dentro le canne di bambù e alle foglie di loto, assumeva un sapore "erboso" molto gradevole;

Una cosa che non mi piace del Vietnam (ma che sorprendentemente finora ho retto bene) è il caldo. Come quello del Giappone non è un caldo elevatissimo, ma è fottutamente umido, quell'umidità appiccicaticcia che ti senti addosso e sulla faccia non appena metti il piede fuori casa o da un altro ambiente al chiuso in cui l'aria condizionata è regolarmente sparata a mille. Non ti stupirai quindi, quando ti dico che la scalata di mille scalini per arrivare alla grotta di  Hang Chiều è stato il momento più sudato della mia vita. Sì, non avevo mai sudato tanto. Ma le scalate portano sempre i loro frutti, e la soddisfazione finale n'è valsa la pena. Soprattutto il nước mía (succo di canna da zucchero) del ritorno.
"Te la ricordi la scalinata del re d'Aragona che abbiamo fatto in Corsica?" Sì, sì, nonno, certo che me la ricordo, anche se erano solo 189 scalini me la ricordo lunghissima. Ne abbiamo fatte di avventure insieme, eh? Be', non ti preoccupare, sto portando avanti la tradizione. Continuo a scalare, nuotare, fotografare, leggere ed imparare sul mondo.
Non ti deluderò.
E neanche l'Atalanta, che quest'anno è entrata in Europa League. Scommetto che ci sei tu di mezzo anche per questo.