mercoledì 4 marzo 2015

Pánta rêi.

Ho tolto il gesso.
E sì, valeva la pena di cominciare un nuovo post con questa frase. Sia perchè se riesco a pubblicare questo post entro febbraio, sarà un bel modo di finire il mese, ma se lo pubblico i primi di marzo, sarà un bel modo per cominciarne un altro.
Ora, sul mio amato gesso vorrei aprire un breve capoverso intitolato: 

Braccio di Ferro;
O meglio, tre piccole cose che mi hanno reso più forte avendo il braccio ingessato.

1. Cose di tutti i giorni che all'apparenza sembrano cavolate diventano improvvisamente difficili. Tra le più odiate oserei elencare: 
- Sbattere ("scotolare" in lingua terrona) la tovaglia, o anche stenderla sul tavolo. Questa diventa assai antipatica quando, non riuscendo ad afferrare entrambi i lembi della tovaglia, continua a stendersi solo da un lato. 
- Aprire roba: ed in particolar modo, la caffettiera e lo shampoo. Lo shampoo poi era davvero un'impresa, visto che dovevo impacchettarmi il braccio con un sacchetto della spazzatura ogni qual volta sentissi l'impellente bisogno di lavarmi.
- Mettere lo shampoo.
Avete mai provato a lavarvi con una sola mano? Provateci. Potrà essere sfizioso la prima volta, poi ti rompi il cazzo.
-Allacciarsi il reggiseno. È già difficile da sana e sobria. Devo aggiungere altro?
- Togliere le briciole dal tavolo. Sì, avete letto bene. Allora, ci sono delle cose che semplicemente può fare la mano destra, e cose che può fare la mano sinistra. Normalmente la mano sinistra prende le briciole spinte dalla mano de
Destra. Nel momento in cui però la mano sinistra è bloccata col dorso verso l'alto dal gesso non può raccogliere le briciole, nè spingerle sul tavolo. Ma soprattutto, la mano destra non raccoglie le briciole. Semplicemente si rifiuta. 
- Fare sesso.
No, il gesso non ha sex appeal.
Di contro, ci sono cose di cui invece sono stata sorpresa di riuscire a fare senza troppe difficoltà, come per esempio truccarmi. 
2.  La placca di metallo nel braccio e la cicatrice.
Perchè mi rendono molto più piratesca. 
3.  Le cose che mi mancheranno del gesso.
Anche se in realtà non sono molte: la famiglia dei gessisti e farsi scarrozzare in giro. E, ah, giusto, usare il gesso cone arma contendente contro Marco.

Di contro, da quando ho tolto il gesso la mia vita si è riempita di impegni. Oddio, diciamolo, non che prima fosse vuota, solo che il gesso a volte era stato un deterrente buono per rimanere à la maison.
Okay, non diciamo cavolate, questo è successo forse la prima settimana di gesso, ma neanche. I primi due tre giorni. Fatto sta che con gesso o senza gesso il risultato è lo stesso: sono stra piena di impegni. Ma come fa la gente davvero a farcela a fare tutto? Io mi trovo sempre più a pensare che la giornata dovrebbe avere minino cinque ore in più. Sei dai, così facciamo numero pieno. Voglio dire, come sono supposed to be capace di: andare a lezione, studiare (magari anche portarmi un po’ avanti), mantenere dei rapporti buoni rapporti sociali sia a Venezia che in Valle (la temibile ambivalente V), non tralasciare la famiglia, continuare a coltivare i miei interessi, e in tutto questo magiare, dormire, lavarsi, respirare. In più si deve aggiungere la perenne pecunia di risorse economiche che di certo non facilita il processo.
Sì, cinque/sei ore in più farebbero decisamente comodo. Mi accontento di cinque dai, chissene importa del numero pieno.
Come se tutto questo non fosse abbastanza, sembra che il tempo faccia apposta a scorrere più veloce. Dico sul serio, io sono sicura che IERI era lunedì scorso e ho pensato: “Caspita, questa settimana è già così piena che è praticamente finita.”. E infatti oggi è martedì. Già, martedì della settimana dopo però. Eppure io posso giurarvi che IERI era lunedì scorso. Lo giuro.
Sembra quasi che il tempo sia passato da scendere una goccia alla volta ad avere una pressione da autopompa dei pompieri. Mi sento come se stessi cercando di afferrare l’acqua: una totale idiota. Per quanto ci provi non ci riesco, mi sfugge, mi scivola dalle mani, me le bagna solamente. E se metto le mani a coppa, per cercare di prenderne almeno un po’ di quell’acqua, quella quasi subito straborda dai lati, non riuscirò mai a contenerla tutta: tutti gli impegni, lezioni, amici, famiglia … roba, tutto, TUTTO mi scivola dalle mani, e io devo cercare di contenere un po’ di tutto, cercando di mediare tra una cosa e l’altra, cosa che non soltanto non mi esce, è uno schifo. Ma è fisicamente impossibile che io riesca a fare. E questo un po’ mi turba perché mi sembra che tutto scorra così velocemente che non riesca a trattenere neanche una goccia di tutto quello che mi succede, che sia poltiglia a vino frizzante. Mi sembra che io non mi stia davvero godendo nulla, che tutto mi scivoli addosso troppo velocemente perché io riesca davvero ad assaporarlo, questo vino frizzante. Posso assaggiarlo sì, ma nulla di più. Ma il problema è che questo vino è dolce, è magari un buon moscato, mi piace, e io vorrei berlo tutto fino all’ultima goccia, vorrei potermene ubriacare.
E’ un po’ come una poesia che ho trovato in un libro che devo leggere per letteratura giapponese:
Schiuma d’acqua che tuonando scorre tra gli anfratti montuosi, così siam noi gente del mondo.
E che caspita, è vero.
Che nervoso.
Mi sono accorta di questo anche perché questo weekend sono tornata in Valle dopo almeno un mese che non tornavo. E su questo vorrei aprire un breve capoverso chiamato:

A volte sono le cose che non cambiano quelle che ti sorprendono di più.

Mi spiego meglio: da quando ho cominciato l’università diverse cose sono cambiate, in fatto di rapporti umani, soprattutto; con alcune persone ho mantenuto ottimi rapporti, con altre la relationship si è incrinata, con altre ancora si è del tutto spenta. Una persona con cui ho chiuso penso oramai totalmente ogni contatto è Lisa, anche se mi dispiace ammetterlo. L’ho capito questo weekend appunto, quando l’ho incontrata per restituirle alcuni suoi vinili che mi aveva prestato quando stavamo ancora insieme. Io speravo di farci quattro chiacchere, anche perché così ci eravamo accordate, così, solo per sapere come stava, come andava la vita. In fondo io e lei siamo state insieme tre anni, e anche se ora non lo siamo più le voglio comunque bene, e mi fa piacere sapere come le sta andando la vita. Invece ho avuto la conferma della totale chiusura dei nostri rapporti. Insomma, era proprio necessario portarsi  dietro l’attuale ragazza? Non ho ancora capito se l’abbia fatto per avere una sorta di protezione o solo per dimostrarmi che si è benissimo ripresa e può vivere senza di me. O entrambe le cose.
Tralasciando il fatto che mi abbia infastidito questa sorta di dimostrazione, sono felice che si sia trovata una ragazza. Stanno bene insieme, e anche se la sua pupa non mi piace particolarmente caratterialmente, sono felice che lei sia felice e innamorata. Come ho già detto, se non le volessi almeno un po’ di bene avrei sprecato tre anni della mia vita.
Ad ogni modo, come ho già detto, ci sono rapporti che si chiudono e altri che si incrinano. Per adesso sembrano delle lampadine che si stanno per bruciare. Inevitabilmente.
Ci sono però delle lampadine che rimangono belle accese e luminose. Anche alcune molto vecchie e a cui magari non avresti dato un mese. Queste lampadine sono tre:
-          Cecia, torcia a dinamo. Piccola, rumorosa, dinamica. Non tremola mai, non si spegne mai. Ecco, di lei ero sicura al 100%. L’amicizia tra me è Cecia è come una piccola torchia che brucia lentamente, continuamente alimentata. E’ durata sorprendentemente tanti anni, troppi perché basti una cosa stupida come la distanza per separarci. Potremmo anche non sentirci per mesi, tanto poi sarebbe come se non ci sentissimo dal giorno prima. E’ il mio piccolo scoglio.
-          Sirius, luce al neon. L’amicizia tra me e Sirius è nata in modo luminoso e stupefacente, accecante. Abbiamo avuto subito una specie di feeling, ci siamo trovate sulla stessa lunghezza d’onda. A volte capisco quello che pensa senza che lei abbia bisogno di dirmelo. Penso che il nostro rapportò sopravviverà ora che abbiamo superato alcune difficoltà.
-          Sava, lampadina a risparmio energetico. Una di quelle cose che non ti aspetteresti, eppure eccoci qua, a parlare di cose più o meno profonde ed importanti, ma anche a divertirci e ad ubriacarci. A Sava assegno la lampadina a risparmio energetico perché non è una che ti fa capire il suo affetto tanto alla volta, ma va a risparmio. Tuttavia, quelle rare volte in cui esterna le sue emozioni, queste sono sempre autentiche e direi anche da ricordare.
E queste sono le mie lampadine. Grazie per illuminare i miei momenti bui, ragazze.

Eppoi naturalmente ci sono loro, i miei nonni. Vecchie rocce. Con tutto questo fuggi-fuggi di tempo la loro presenza mi calma non poco. Devo dire che all’inizio mi aveva turbata non poco. Questo perché i miei nonni, e soprattutto mio nonno, tengono documentato ogni istante della loro vita e di quella dei figli e nipoti (me compresa) con diapositive, fotografie e video dal ’58. Mio nonno poi, che è tutto fissato con queste cose, ha cominciato da un po’ di anni a questa parte a fare dei veri e propri DVD con tutto il materiale che tiene. E’ cominciata penso con i vari saggi di me e mia sorella da piccine. Poi quando abbiamo smesso ogni tipo di corso e mio nonno si è rassegnato che no, né io né tanto meno Matilde, avremmo suonato il violino, ha cominciato con i video più vecchi. Poi con le fotografie. E poi con le diapositive (ha uno speciale scanner con cui riesce a prendere direttamente la diapositiva e trasferirla su PC). Poi le monta tutte insieme, mette una colonna sonora, aggiunge magari dei commenti esplicativi scritti o orali (sì, registra la sua voce) e si fa un DVD, con tanto di menù per selezionare le scene ed effetti grafici. E’ arrivato al ’70.
Ne ho viste un po’, di quelle foto, in particolare quelle del ’75. E’ l’anno in cui hanno costruito la casa in cui vivono attualmente. Nell’album ci sono le foto del terreno prima della costruzione della casa, in bianco e nero, e poi  foto di loro due, seduti soddisfatti fuori casa, sotto l’ombrellone, che guardano l’obbiettivo, e sorridono, orgogliosi. Cosa provo, guardando quelle foto? Non riesco bene neppure io a capirlo. C’è  un mio zio che fa gli anni, una mia nonna giovane e molto bella al mare, una mia mamma alle prese con le lezioni di danza … Mi sembra quasi di essere lì, e mi sembra di averle vissute, queste scene. Provo quasi nostalgia di una cosa che non ho mai visto, una vecchia Lovere che non ho mai visitato. E poi provo ansia. Nel ’75 mia mamma aveva nove anni. C’è una foto di lei che sorride sotto una pianta di girasoli. Non lo sa che esattamente vent’anni dopo nascerò io. Tiro ad indovinare, ma penso che ora le sembra che la vita adulta sia terribilmente lontana. Eppure vent’anni sono passati, anzi ne sono ormai passati quaranta, ed eccomi qua, a quasi vent’anni io stessa, a scrivere della mia paura del futuro su questo blog, su un treno diretto a Verona.
E, sì, ho paura. Cosa succederà quando i miei nonni non ci saranno più? Tutto quello per cui hanno lavorato, è documentato in quelle foto. Hanno faticato, hanno costruito una casa e una famiglia da zero. Hanno tante cose da raccontare.
Eppure ad un certo punto tutto verrà spazzato via, come un castello di sabbia.
E loro lo sanno, che tutta la loro vita è un castello di sabbia, sanno che prima o poi verrà un bambino bastardo a pestarlo urlando oppure la marea.  Ecco, appunto, la marea. Sempre quell’acqua straziante che non puoi fermare. L’acqua che si insinua ovunque, l’acqua che ha una potenza straordinaria, il tempo. Lo so, lo so: “Ma hai sono diciannove anni!”, cosa devo dirvi, una crisi di un quarto d’età.
Fatto sta che i miei nonni sanno che la loro vita è un castello di sabbia, e diciamocelo, da bambini sapevamo che il castello prima o poi sarebbe stato distrutto. E quindi ci dava molta più soddisfazione distruggerlo noi stessi. E che cazzo, io ho faticato per questo castello, mo lo distruggo io.
Così penso stia facendo mio nonno ogni qualvolta taglia un albero in giardino, che è la cosa che più hanno curato in quella casa, dal ’70 ad oggi, si vede benissimo nelle foto. Però è combattuto. Sa che il castello non potrà mai resistere, ma vuole che qualcosa rimanga. E così fa foto, video. E sorride, quando ce li mostra.
E allora capisco, capisco che in fondo di castelli ce ne sono un’infinità da vedere. Non devo farmi fermare solo perché so che prima o poi si sbricioleranno al sole, o verranno travolti da un’onda. Prima paragonavo le persone a dei diamanti, perché pensavo che ognuna ha un sacco di sfaccettature, e non si smette mai di scoprirne di nuove, in realtà i diamanti sono troppo resistenti. Ora le paragono a castelli di sabbia, con cunicoli, conchiglie,  fossati, ponti levatoi, insomma tutte quelle cose che ha un castello di sabbia per essere tale da scoprire. Quello che qualcuno può vedere come tante banche da rapinare, io lo vedo di più come dei castelli di sabbia da visitare.


















Quindi alla fine in valle non  mi è rimasta tante gente, famiglia a parte. Ora come ora sto facendo una cosa che di certo non è per nulla aiutata da questa mia nuova paura del futuro. Insomma, chi mi dice che le persone che sto conoscendo  ora in facoltà e con cui (quante milioni di volte l’ho già detto?) mi trovo davvero bene non si sgretolino improvvisamente? Nulla. In pratica sto saltando nel vuoto. SENZA paracaduti, senza nulla da cui potrei tornare, nel caso tutto questo finisca. Ma, ehi, è così per tutti. Rischiare aggiunge solo cose fighe al mio castello. Voglio dire, sarebbe come pesare:  “Non le prendo le conchiglie per decorarlo, tanto poi il bambino della famiglia là in fondo mi distrugge anche questo castello.” Invece no! I miei nonni non hanno fatto così, e ora guarda che razza di castello figo che si ritrovano. Certo, ha avuto dei crolli magari. Ma si sono sempre ripresi.
Quindi sì, sono pronta a saltare. Anche perché in questo salto non sono sola, ma oserei dire almeno in dolce compagnia. D’altronde, come dice Alan Moore di quando ha cambiato lavoro per diventare fumettista:

« It was a fool’s leap, a shot in the dark, but anything of any value in our lives – whether that be a career, a work of art, a relationship – will always start with such a leap. And in order to be able to make it you have to put aside the fear of failing and the desire of succeeding.»

E tu, sei pronto a buttarti? 

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